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Karakalpakstan, terra incognita

 

Karakalpakstan, terra incognita

 

 

Non ci sono più tanti sentieri sconosciuti o luoghi inesplorati sulla Terra, ma il naturale desiderio di ogni viaggiatore è quello di percorrere rotte non tradizionali e vedere quello che le normali guide turistiche non offriranno mai.

Il Karakalpakstan è stata una regione di difficile accesso per molto tempo, situata là, nell’estremo ovest dell’Uzbekistan. Ora la situazione è diversa e i veri viaggiatori si sentono attratti verso questa terra non solo per il Savitsky Museum, ma anche per meravigliosi e incredibili itinerari che portano alla scoperta di antichi monumenti, del lago-mare d’Aral, delle foreste tugai e della sorprendente bellezza dei canyons dell’altopiano Ustyut

Quattro: mistico e magico

Nukus, la capitale di questa repubblica semi-indipendente situata all’interno dell’Uzbekistan, è una città pulita e curata dove quattro lingue (Uzbeko, Russo, Karakalpako e Kazakho) e quindi quattro culture, coesistono pacificamente l’una accanto all’altra. Difatti, le persone che vivono in questa regione quasi si fondono nel numero 4, vivendo insieme e condividendo vita e problemi senza possibilità di cambiamenti repentini.

Poco lontano da Nukus c’è l’antico insediamento di Mizdahkan, luogo nominato per la prima volta nel X secolo da un erudito in un suo libro. Esso descrive Mizdahkan come una grande e bellissima città situata sulla collina di Gurganj, la capitale dell’antica Corasmia.

Sorprendentemente, e prima della venuta degli Arabi, tre nuclei religiosi (Zoroastrismo, Nestorianesimo e Buddismo, quest’ultimo importato dalla Cina dal re Kanishka), vivevano in armonia su questa terra. Infatti, il nestorianesimo si diffuse qui quando il vescovo Nestorio viveva a Merv (Turkmenistan) circa 200 anni dopo Cristo. Grazie al suo insegnante, Abu-Sakhlah, nestoriano, Al-Bruni descrisse la storia del nestorianesimo in Karakalpakia nel libro “Le rimanenti tracce dei secoli passati”. 

Lo Zoroastrismo, la religione del re Dario, ha avuto la sua seconda vita in Corasmia. Questo posto fece un meraviglioso regalo al mondo: i capitoli dell’Avesta, il “Comandamento” di Zarathustra,  titolo complessivo dei testi sacri dell’antico Iran, appartenenti alla religione Mazdeista.

La quarta religione, l’Islam, è stata introdotta da Kuteyba Muslim. Più tardi, i conquistatori arabi lasciarono questa terra per tornare a casa, ma la loro religione rimase a convivere con le altre, ben più antiche, e continua il suo corso ancor oggi.

Nella necropoli di Mizdahkan (il primo uso dell’area risale al IV secolo a.C.), troviamo un edificio unico nel suo genere: il mausoleo di Shamun-Nabi (XVII-XVIII secolo), leggendario gigante e mago famoso in tutta l’Asia centrale. Il suo nome tradotto dal persiano significa “il messaggero di Dio”. Lungo circa 25 metri, il mausoleo fu un popolare e frequentato luogo di culto e di pellegrinaggi. Non si è in grado di capire bene quale fosse la religione da lui professata né quali fossero i suoi “poteri”, ma predicava di rivolgersi ad un solo dio. Un alone di mistero e di leggende circonda tuttora la sua figura e sembra avere un qualche riferimento biblico. La sua eccezionale forza fisica nasceva dai capelli e Shanum non li aveva mai tagliati. Mah, ahimè, rivelò il suo segreto ad una donna e così condannò se stesso alla morte. La donna traditrice glieli tagliò mentre dormiva. Cosa ci suggerisce tutto ciò? Certamente la storia di Sansone e Dalila.

Il mausoleo fu oggetto di scavi e studi nel 1964 nel tentativo di mostrare che il sarcofago non custodiva 25 metri di gigante ma la cosa stupefacente fu che il sarcofago era vuoto. Non fu la sola sorpresa. Altri particolari stupirono archeologici e storici.

Infatti, il mausoleo fu costruito secondo i canoni delle quattro religioni praticate in Karakalpakia.

Esso ha sette cupole e così si riferisce al Vecchio Testamento dove il numero sette è divino e viene citato circa 400 volte; ogni cupola ha una finestra che guarda verso est, verso la Mecca; la tomba sembra un ossario Zoroastriano dove seppellire anche i compagni della stessa tribù. Infine, la cosa più impressionante è che dentro la tomba c’è un mihrab (nelle moschee,  la nicchia che indica la Mecca) e nel centro del mihrab, una rientranza a forma di fiore di loto.

Gli studiosi arrivarono alla conclusione che nei secoli XI e XII, quando gli arabi conquistatori si allontanarono e la Corasmia era nel pieno della sua gloria e del suo potere, si ravvise la necessità di una nuova ideologia, una nuova religione per riunire tutte le genti affinchè nessuna prevalesse o potesse divenire causa di divisioni.  Fu deciso di creare una nuova religione basata sulle quattro che erano rilevanti in quel momento. Fu un tentativo di unirle, non di distruggerle.

Misteri e scoperte

C’è un’altra evidente prova che dimostra come Zoroastrismo e Nestorianesimo siano coesistite in maniera pacifica: alcuni monumenti architettonici dell’Uzbekistan recano un elemento ornamentale simile alla farfalla zoroastriana la quale, a sua volta, assomiglia alla croce nestoriana. 

Di Toprak-kala, antica capitale della Corasmia, rimangono i resti della necropoli reale.  Una scala di argilla portava alla piatta sommità della collina. Qui si vedono i resti di decorazioni fatte di mattoni simili a raggi di sole. Gli studiosi pensano che il culto del sole si sia diffuso da queste parti quasi come una sorta di dialogo tra dio e gli uomini. Quando arrivarono gli arabi, Toprak-kala divenne una torre di guardia. Certamente gli antichi Karakalpaki e i Corasmiani non erano solo brillanti creatori di miti, ma anche esperti in quelle che chiamiamo oggi “pubbliche relazioni” e “interpreti degli stati d’animo popolari”.

Una parte molto interessante della città di Misdahkan è il caravanserraglio di Mazlum Sulu, un monumento unico nel suo genere in terra di Corasmia, dell’epoca dell’Orda d’Oro. (XIII secolo).  Mentre stavano costruendo il palazzo, un talentuoso architetto tenne conto delle condizioni climatiche locali e fece costruire quasi tutto il caravanserraglio sotto terra. Tutto il giorno la luce del sole filtrava dalle piccole finestre a soffitto; era caldo d’inverno all’interno dei locali e d’estate la temperatura era assai gradevole. Il caravanserraglio include un ampio salotto adatto agli incontri conviviali e alla conservazione delle provviste.

Fu creduto un mausoleo fino alle ricerche compiute nel 1930 che confermarono quale fosse in realtà il suo uso: un caravanserraglio appunto. Divenne un mausoleo solo dopo l’invasione di Gengis Khan poiché i caravanserragli caddero in disuso e conseguentemente in rovina. Si salvarono quelli che vennero riutilizzati come mausolei.

Alcuni antichi storici sono soliti dire che l’architettura rappresenta la storia meglio delle persone. Quando una città prospera ed è fiorente di commerci, i suoi cittadini costruiscono caravanserragli e madrase. Quando iniziò il tempo delle difficoltà, questi vennero trasformati in mausolei.

Anche questo luogo ha la sua particolare leggenda. Si crede che sia la tomba dei servi di una casa e di una coppia di amanti: una principessa e un architetto. Come pegno d’amore, la fiera fanciulla chiese al giovane uomo di costruire un palazzo per lei e alfine di dimostrarle il suo amore, egli dovette lanciarsi dalla cima della torre più alta. L’architetto scalò la torre e saltò nel vuoto, verso la morte. La principessa si rese conto della sua mostruosa richiesta e, pentita, seguì il suo innamorato gettandosi anche lei dalla torre. Il posto è delimitato con dei nastri e tante coppie di innamorati vi si recano in pellegrinaggio quasi fosse un santuario. La leggenda vuole essere un severo monito, una sorta di avvertimento per chi crede di giocare con l’amore.

Riserve naturali

Una visita nel nord-ovest della Karakalpakia, non può tralasciare il lago d’Aral e il delta dell’Amu-Darya: uno è diventato un mare asciutto che si sta tentando di recuperare e l’altro, ormai sfruttato al massimo, disperde la sua poca acqua tra le sabbie del deserto, senza arrivare all’Aral. Il fiume Amu-Darya conserva nella sua memoria l’esercito di Alessandro il Grande, la fuga di Bessus di Bactria a Sogdiana e che le quattro religioni hanno dato modo a tutti di viverle cercando di fonderle. Ricordiamo che questo fu un evento unico nella storia dell’umanità.

L’altopiano Ustyurt si trova tra il lago d’Aral e il fiume Amu Darya, tra Uzbekistan, Kazakhstan e il Mar Caspio. Interessa un’area di circa 200.000 km2 e ha un’elevazione tra i 150  e i 365 metri. L’altopiano consiste in un monotono deserto di pietre dove trovano magra pastura cammelli e pecore, unici allevamenti delle tribù nomadi che lo abitano. Il sottosuolo invece è ricco di preziosi minerali e di gas. In questa immensa area, secondo gli scienziati, nel medio Cenozoico (21 milioni di anni fa), c’era un mare del quale l’Aral rappresentava una piccolissima parte. L’altopiano è attraversato da una fitta rete di tormentati canyons che soprattutto all’alba e al tramonto si colorano di mille sfumature di rosso e di viola e ai pochi visitatori sembra di trovarsi su di un altro pianeta. In questo ambiente vive il raro muflone, linci, antilopi, gazzelle e poi il falco turkmeno e le aquile “egiziane”. A sud, al confine con il Turkmenistan, il lago Sudochi è una sosta gradita per migliaia di fenicotteri, aironi e pellicani.

I pochi visitatori stranieri paragonano la bellezza di questo posto ai più famosi canyons del Colorado, negli Stati Uniti. Ma qui gli archeologi hanno trovato sepolture di antichi Sarmati che furono un popolo iranico. Aperti alla cultura e alla religione persiana, probabilmente si dividevano in quattro tribù: Iazigi, Roxolani, Aorsi e Alani. L’altopiano Ustyurt si ritiene che geologicamente segni il confine tra Europa e Asia. Queste ricerche e i reperti trovati hanno decisamente arricchito la nostra conoscenza del periodo preistorico. In Karakalpakia si trovano più di 300 monumenti antichi e ognuno di loro ha il suo mantello di leggende e scoperte. Molti strati di storia e di cultura stanno ancora aspettando il loro Schliemann e altri instancabili e appassionati cercatori di reperti.

La Karakalpakia è la terra dei molti misteri e per visitarla pone quattro ineludibili condizioni per un indimenticabile viaggio: uno spirito avventuroso, una brava guida, cinque litri di acqua al giorno e credere alle leggende. Solo così questa “terra incognita” ci diventerà un po’ più familiare.

Foreste verde smeraldo nel cuore del deserto

Molte persone non dimenticano la Karakalpakia, l’Aral ormai asciutto, lo strano ululato del vento del deserto KyzylKum, le sue afose estati e i suoi rigidi inverni.

Ma c’è un posto dove si può trovare un vero tesoro da come la natura si presenta: sono le foreste tugai che si sviluppano sul delta dell’Amu-Darya nel nord dell’Uzbekistan. Tugai è una foresta alluvionale che cresce lungo le rive del fiume, o meglio, cresceva, prima della dissennata deforestazione degli anni 1950-60 decisa dal governo sovietico per intensificare la produzione di cotone. Tugai è una foresta caratterizzata da vegetazione fitta, simile alla giungla, quasi impenetrabile e così la descrivevano gli esploratori del passato quando arrivavano qui per la prima volta.

Inoltre, una persona poteva attraversarla con grande difficoltà, munita di machete per farsi strada tra il fitto intreccio di liane e piante spinose, molto taglienti. Come ecosistema, le foreste tugai sono molto dinamiche e famose per la loro veloce crescita.  Nel passato, l’incostante e fluente Amu-Darya ha cambiato spesso il suo percorso, distruggendo quanto incontrava. Pochi anni dopo però, giovani alberi sarebbero apparsi sulle nuove rive che lentamente avrebbero riformato la foresta spazzata via dal fiume e una nuova tugai avrebbe fatto dimenticare il vecchio letto dove questo scorreva.

Si dice che a guardare le foreste una persona può pensare che siano dotate di intelletto. In estate, in alto nelle montagne del Pamir dove l’Amu-Darya nasce, il ghiaccio si scioglie,il fiume straripa e le pianure vengono alluvionate. Poi l’acqua si ritira e da questo momento a causa del caldo torrido e della precedente’immersione nell’acqua, i semi delle piante maturano. Molti rigogliosi semi vengono portati lontano dal vento, cadono a terra e si introducono nel suolo umido, ricco di fertile fango dando inizio ad una nuova foresta che presto diventerà robusta e ostica. La foresta tugai e i ghiacciai hanno una sorta di invisibile connessione tra di loro, l’una non esisterebbe senza gli altri anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

La flora e la fauna delle tugai sono uniche e qui si può ammirare la forza, la saggezza e la perfezione della natura: grazie a loro, ogni specie può sopravvivere  e riprodursi.

Per esempio il turanga o pioppo asiatico che predomina nelle tugai. E’ una pianta che vuole molta luce, terreno fertile e morbido, umido a sufficienza ma senza ristagno d’acqua. Le sue lunghissime radici “asciugano” il terreno  arrivando fino a 20 metri di profondità per cercare l’acqua ed è molto facile che un intero boschetto appaia attorno ad uno solo di questi alberi in breve tempo.

I cespugli e l’erba nativa delle tugai si sono ben adattate al suolo salino. Il tamerice elimina l’eccesso di sale attraverso le foglie e poi, quelle “troppo salate”, cadono. Non è però esatto definirle foglie in quanto sono più perulas (foglie modificate) atte a ridurre l’evaporazione e a trattenere l’umidità nelle stagioni calde e secche.

Come erbe spontanee ci sono l’enorme e piumosa Erianthus, un tipo di cereale molto caratteristico che arriva fino a 4 metri di altezza e le sue strette e lunghe foglie formano un grande fascio.

Alcune aree sono letteralmente invase da liquirizia le cui radici sono usate per scopi farmaceutici e, nell’est, come medicamento da più di 500 anni. La liquirizia o “dolce radice” è considerata un rimedio miracoloso per molte malattie.

La djida o oliva russa, appartiene alla famiglia dell’Elaeagnus e l’intensissimo profumo della sua fioritura si diffonde tutt’intorno attirando farfalle e api. A metà autunno, i suoi abbondanti frutti sono maturi, dolci e le persone locali li hanno inclusi nella loro dieta fin dai tempi più antichi. Insieme alle persone, si deliziano di questi frutti molti uccelli,  soprattutto i fagiani. Sotto l’ombra degli alberi riposano i cerbiatti; un gatto della giungla dalle lunghe zampe si muove furtivo per cacciare sul limitare dell’acqua; un uccello vola lontano con un grande battito d’ali e l‘aria è piena di suoni. A sera, le iene emettono i loro lunghi ululati e i gufi reali vanno a spasso.

Il più grande ed elegante abitante di queste foreste è certamente il cervo della Battriana chiamato anche cervo di Bukhara, animale di rara bellezza. E’ una sottospecie di pianura di cervo nobile originaria dell’Asia centrale che vive lungo il corso dei fiumi circondati dal deserto. Questi animali non hanno molti predatori naturali e i lupi appaiono qui molto raramente. Gli esemplari adulti e forti non sono mai stati in pericolo nelle tugai, ma oggi sono sull’orlo dell’estinzione. Rientrano nella lista del WWF e sono sul libro rosso del governo dell’Uzbekistan. Si stima che siano circa 1500 gli esemplari di questo cervo nel mondo. Secondo il progetto UNDP/GEF “Preservazione delle foreste tugai (2010)”, sarebbero circa 550 i cervi che vivono in libertà nelle riserve Badai-Tugai nel Karakalpakstan e nelle foreste adiacenti, sotto la protezione dello Stato. Quindi circa un terzo degli esemplari di questo cervo nel mondo, vive qui.

Sono oltre 200 le varietà di uccelli che abitano nelle foreste tugai e il fagiano di Khiva è uno dei più belli. Un grande fagiano adulto ha il piumaggio dai colori brillanti ma nonostante questo, è molto abile a mimetizzarsi tra la vegetazione. 

Nel passato, le foreste tugai ricoprivano aree vastissime. Lungo il corso dei fiumi crescevano, rigogliose e fittissime, oasi verdi larghe dagli 800 metri ai tre chilometri.

Fino agli anni ’70 del ‘900, la dominatrice di queste aree era la tigre di Turan (o Tigre del Caspio o anche Tigre dell’Ircania) che con la tigre siberiana e quella del Bengala, è stato il più grande felino vissuto in epoca storica nonché uno dei più grandi mai esistiti. E’ risaputo che i grandi predatori come la tigre di Turan, ora estinta, sono indicatori dello stato della natura: dove vivono loro, l’ecosistema è sano.

Traduzione di Greta Vianello, Consigliere Mozaik

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