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Archivio Tessere di Mozaik

Elenco delle Tessere di Mozaik archiviate

L’ultimo giro, l’ultima corsa.

L’ultimo giro, l’ultima corsa  

nuvole sulla laguna

L’ultimo giro, l’ultima corsa: si è fatta l’ora”. Un piccolo gruppo di irriducibili scopre con gli occhi della propria “guida” una fantascientifica Venezia protagonista nel perpetuarsi delle sue anomale maree… 

di Iva Scarpa

Prego, accomodatevi. Sedetevi dove volete. Lei resta in piedi? Beh, faccia come vuole, tanto durerà poco e… come dice? Si, ci sarà e la vedrete, siatene certi. Benvenuti. Siamo così pochi, un piccolo gruppo di irriducibili, gli ultimi rimasti di milioni. E’ finita. Le chiamavano frotte, invasioni, orde e adesso ci sarà  uno di quegli assassinii che non avranno mai un colpevole. O forse lo siamo tutti un po’. Chi avrebbe dovuto proteggerla e l’ha solo usata; chi doveva governarla, parlava in prima persona singolare e lei si chiedeva: ma chi sono questi piselli, pardon…  pivelli che mi credono una loro proprietà? E lei lasciava fare, stanca di una vita intensamente e potentemente vissuta e ora assai misera. Ricorderemo tutti i suoi abitanti, da quando erano duecentomila fino all’ultima decina e getteremo in acqua, alla fine, una corona di fiori. Uso un tono troppo triste? Perdonatemi, ma il ristorante del patriarca ieri, causa la ressa dell’ultima cena, mi ha lasciato fuori e non ho mangiato. Non mi sono presentata? Avete ragione. Sono la vostra guida, il vostro Virgilio per l’inferno! Ho viaggiato molto, visitato tanti paesi e ovunque, nel dire da dove venivo, si spalancavano tutte le porte e sorrideva il volto più triste. Tramite me, al pronunciare il suo nome, lei ha visto brillare al sole le lacrime di un vecchio armeno a Esfahan e illuminarsi il sorriso di un bambino in Vietnam che nulla sapeva dell’Italia, ma conosceva il suo nome.

Prego, signore, si sieda. Qui, in questo punto, ci sono gorghi che si creano da quando una piovra è incaricata di aprire e chiudere, ogni sei ore, le porte delle basiliche, delle chiese, dei grandi palazzi. Le ricorda un’altra cosa questo ritmo? Allora, vediamo, facciamo un gioco da bambini: chi lo sa, alzi la mano! La signora lì nell’angolo ha alzato la mano per prima! Sentiamo la sua risposta: una volta era il ritmo delle maree!?! Come dice? Il ritmo di che? Aspetti, per favore, le avvicino il microfono così tutti possono sentire: era il ritmo delle maree! Evviva, la signora con le pinne gialle ha indovinato!  Brava a ricordarlo.

Tempi lontani, archiviati insieme a tutto il resto. No, signore, non è ancora l’ora. L’ho appena detto, ricorda? I ritmi delle maree. Certo che non erano sempre perfettamente regolari, la natura fa quel che vuole, ma non avremmo potuto essere qui noi ora, se non ci fosse dato di prevedere quando arriverà. Tutto vi è già stato detto e tutto avete già visto. Visto, ma non vissuto. Lei si lasciava vedere da chi voleva, scostava la tenda per un attimo, un attimo soltanto e solo per occhi che si spalancavano di infantile meraviglia. Negli ultimi tempi, ciò avveniva sempre più di rado. Tutto era confuso, caotico e vuoto. I palazzi non avevano più vita perché tra le loro antiche mura non c’erano più famiglie nè lavoro. Alle porte delle chiese non c’erano affisse Tesi ma cartelli “chiuso per ferie”. Più nessuno insegnava ai visitatori come accostare l’orecchio al silenzio per sentire il suo respiro, salmastro e umido, stanco e orgoglioso. Attenzione, non sporgetevi: sotto di noi affiorano le antenne dei ripetitori che avevano sostituito le statue di angeli e santi sulle cime dei campanili e sulle facciate delle chiese. Ascoltate: l’acqua ci porta il suono, le vibrazioni della vita e del lavoro di tutti i tempi che lei ha gelosamente custodito. Ascoltate, dalla folla che galleggia su quel campo, sì, quello sotto di noi, arrivano voci allegre e risate argentine di bimbi che rincorrono i colombi. Già, i colombi. Se ne sono andati dopo che lei aveva consigliato loro di trovarsi una nuova piazza. Come gli abitanti, quelli esseri inutili, vecchi e malandati, testardi e tenaci ai quali han reso impossibile viverci. Lei, vista solo come una fabbrica per far soldi, come un corpo dalle vene ormai vuote dal quale si vuole estrarre ancora sangue, lei non voleva più vivere in quel mondo. Eh si, voi che condividete con me questa ultima esperienza, pensate che ne erano arrivati di soldi nel suo nome, tanti e per tanti anni, s’era mobilitato il mondo per lei che avrebbe potuto avere d’oro persino le fognature. Invece? Invece, erano arrivati a far pagare un biglietto per ogni cosa, anche nelle chiese per una preghiera! Lei, che era stata la Regina di un mondo, non poteva più accettare che nel suo nome si speculasse e si inventasse ogni sorta di “diritto o di ticket (si dice così?)”, che i suoi governanti mettessero dazi e gabelle quasi credendosi una dinastia reale! E soprattutto perché? Per restaurarla e conservarla! Questa era la scusa. San Marco poi, quella Basilica che il mondo non si merita, abbandonata a turisti vergognosamente svestiti. Lei non voleva più vivere da quando anche il Patriarca si era trasferito in terraferma e il Palazzo Patriarcale era divenuto un’attrattiva turistica e questo era stato l’ultimo affronto, il più doloroso e triste.

Sì, avete ragione, si è fatta l’ora. Abbiate pazienza, è l’ultimo giro e siamo perfettamente in tempo. Oggi non riesco ad avere un tono sereno e pacato; non riesco a fermare una grande amarezza dentro di me, montante come una marea. Già, la marea.

No, cara signora. Anche se proseguissimo, non vedremmo nessuna isola. Al massimo, con la bassa marea, forse, la punta di un  campanile o di un faro. Ma nella laguna sud, nemmeno questo. Già prima era un braccio di mare: la chiamavano “laguna viva”. Vi avevano già ampiamente provveduto da tempo, con solerzia e abbondanza, togliendo tutto il verde, cancellando anche gli ultimi orti, riempiendo le isole di automobili finite poi l’una contro l’altra impossibilitate a muoversi. Persino per morire bisognava pagare, tanto che si cercava di essere altrove in quel momento. Con una buona maschera da subacqueo, durante la bassa marea, forse riuscireste a vederlo, il murazzo, bianco, là sul fondo. Alla distruzione delle isole, del  bellissimo litorale, di spiagge, dune e oasi SIC… (Oddio, non ricordo più che cosa voleva dire!) vi avevano contribuito perfino con una enorme talpa che scavava in profondità per inserire sotto terra e sotto la laguna un inutile verme. Ecco, vedete, non è più il tempo. Anche il cielo si sta preparando perché arriverà presto e la vedrete. Siete curiosi di sapere che cosa vi aspetta, vero? Fa parte del mio lavoro di guida creare un po’ di attesa e di sorpresa, ci mancherebbe. Basta così. Desidero farvi i miei complimenti per aver accettato questa proposta, aver deciso di partecipare a questa straordinaria visita. L’ultima. Ci sarebbero ancora tante cosa da dire, ma fermiamoci qua. Chi ha capito, ha capito. Arriverà. Vedete, là in fondo, a levante, si sta già formando.  Attenti! Non sporgetevi tutti a babordo, per favore! Rimanete seduti. Vediamo benissimo tutti. Siamo quattro gatti, più di quanti ne erano rimasti tra le sue calli o in precario equilibro sui davanzali. Che cosa arriva? Penso a Palazzeschi e al suo Doge, ma non posso competere con lui nel tirarla per le lunghe. Chiudete gli occhi e lasciatevi guidare dalla mia voce. Date spazio all’immaginazione. Vi dirò io quando aprirli. Il ribollire dell’acqua è il segnale che inizia a formarsi. Dal mare, un richiamo, lo sentite? E’ la possente voce di Nettuno che arriva dagli abissi e tutta l’acqua della laguna corre verso quel richiamo. Scorre via dai fiumi, dalle darsene, dal porto, da nord, da sud. Scorrendo via, verso le bocche di porto, la corrente diventa impetuosa, violenta, inarrestabile. Scorre veloce, sempre più veloce mettendo allo scoperto la città, le isole, i canali, le barene, i ghebi, i ciari, riaffiorano le oasi , i litorali..  il canale dei petroli è quasi all’asciutto, la casse di colmata sembrano sospese, si potrebbe camminare dalla Romea al litorale, tutto va verso il mare, lontano, verso le profondità più pulite, i gabbiani urlano, i pesci saltano fuori dall’acqua… All’improvviso, un silenzio sepolcrale e un leggero soffio d’aria  come di pagina girata in fretta. Nel fondo del mare si sta formando un insieme di acqua pulita e fresca, avvolgente che  lentamente si muove, prende forma, si arrotola, si stende, è verde e azzurra, lascia andare la sabbia, i pesci, le conchiglie, sembra una valanga poi, ecco, la vedo: aprite gli occhi! Sì, è il momento. E’ una grande mano d’acqua  che lentamente emerge, le sue dita si allargano ed entrano dalle bocche di porto, penetrano sotto la città come una mano in un sacco di farina per estrarne la manciata più grande possibile. Delicatamente la solleva, il ponte si spezza, il palmo si fa concavo per contenerla, le dita la racchiudono come in una sfera di vetro e Nettuno sembra osservare, guardingo, se per caso c’è qualcuno che tenta di opporsi. No, non ci opponiamo. E nel riverbero di un improvviso sole e di mille arcobaleni, la mano scivola lentamente verso le profondità marine da dove è venuta, portando con sé tutte le isole che formavano uno dei sogni del mondo, per sempre, in quel mare dal quale lei ebbe origine e gloria e sottraendola, finalmente, all’infamia del degrado e all’indifferenza dei suoi stessi figli.

La corsa è finita. Scendete dalla giostra. Grazie.                                                         Luglio 2010

 

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